Test di Turing, quasi abbattuto il tabù



Alan Turing, considerato a ragione uno dei padri dell’informatica moderna, si chiedeva se le macchine sono in grado di pensare. Per rispondere a questo quesito ideò il test che porta il suo nome, rimasto, per oltre mezzo secolo, il tabù per eccellenza dell’intelligenza artificiale. Il Test di Turing consiste in un dialogo, a mezzo videoterminale, fra un gruppo di umani e il computer. Per essere superato, nella formulazione attuale, almeno il trenta per cento degli umani deve giungere alla conclusione di aver dialogato con un altro umano.

Sabato scorso, sessantesimo anniversario della morte di Alan Turing, per la prima volta un supercomputer chiamato Eugene Goostman, sviluppato da ricercatori russi e ucraini, ha superato il test di Turing convincendo il 33% dei ricercatori che hanno materialmente eseguito il test, sono giunti alla conclusione di aver dialogato realmente con un ragazzo russo di tredici anni di nome Eugene. Se avete una buona conoscenza della lingua inglese e volete sfidare Eugene, potete provare ad accedere al sistema via web, anche se, durante tutta la giornata, il server risulta sovraccarico.

Il ragionevole entusiasmo di studiosi e appassionati d’intelligenza artificiale deve essere franato da alcune considerazioni. Il supercomputer sottoposto al test di Turing impersonava un ragazzo di tredici anni non madrelingua inglese. Di conseguenza i ricercatori che dialogavano con Eugene si aspettavano, in un certo senso, alcune risposte imprecise e una mancanza di conoscenza di alcuni argomenti. Ecco perché, nel titolo, parlo di tabù “quasi” abbattuto.

In ogni caso si tratta di un nuovo e importante successo nel campo dell’intelligenza artificiale, specie se si considera la percentuale d’insuccessi nel test di Turing da parte di altri computer appositamente programmati. Ci sarà ancora una lunga strada da percorrere per arrivare alle “macchine pensanti” di cui parlavo nella mia tesi, ma, personalmente, sono sicuro che ormai l’obiettivo è a portata di mano.

Molti osservatori, nello scoprire che un computer, superando il test di Turing, si sia spacciato per umano hanno espresso preoccupazioni per un eventuale uso degli algoritmi di Eugene da parte dei criminali informatici. Gli attuali sistemi utilizzati per scoprire i malware cercano di identificare se chi invia i comandi, è un essere umano o un programma automatico. Personalmente credo che se un malware riuscirà un giorno a mascherarsi da uomo i sistemi di rilevamento, proprio utilizzando le medesime tecniche d’intelligenza artificiale, potrebbero scoprirlo.

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