Twitter e le bufale: un software per riconoscerle.



Utilizzare Twitter, specie per chi s’interessa d’informazione (giornalisti e blogger), è diventato uno strumento indispensabile che fornisce, in sostanza in tempo reale, notizie, foto e video provenienti da tutto il mondo. Purtroppo diventa ogni giorno più difficile riconoscere sui social networks le informazioni reali dalle cosiddette “bufale”, vere e proprie leggende metropolitane, che trovano terreno fertile nella credulità di molti utenti che ne alimentano la diffusione condividendole e inoltrandole a chi li segue.

Anche se scovare una bufala su Twitter o su Facebook, potrebbe essere semplice, basta verificarne la fonte e fare una semplice ricerca, molto spesso le false notizie sono ben costruite e, fin dal primo impatto, riescono a catturare l’attenzione dell’utente inducendolo alla diffusione che, in molti casi, diventa “virale”. L’esperienza del passato ha indotto gli inglesi a lanciare un progetto di ricerca per realizzare un software in grado di riconoscere e segnalare come “fake” i tweet e i post non attendibili.

Il progetto Pheme, finanziato dell’Unione Europea, vede impegnate nella ricerca cinque università europee e muove dalle ricerche del professor Rob Procter dell’università di Warwick che nel 2011, durante i famigerati “riot” di Londra, esaminò i messaggi, spesso falsi, che riempirono le pagine di Twitter. A differenza dei sistemi che prevedono un’attività di utenti che verificano e certificano l’attendibilità delle notizie, Pheme utilizza l’analisi dei post precedenti della fonte per scoprire se l’account è stato creato per diffondere notizie costruite ad arte o false.

Per la realizzazione e il test del software ci vorranno almeno tre anni di cui uno e mezzo da dedicare ai test sul campo che saranno svolti in collaborazione con piattaforma giornalistica svizzera swissinfo.ch e dall’ospedale psichiatrico del King’s College di Londra. Sarà la fine dei rumor, delle voci incontrollate, dei fake e delle bufale su Twitter?

Personalmente non posso che notare che, prima di Twitter, le bufale e i rumor hanno sempre avuto il loro spazio in internet ma che, specie nei newsgroup, bisognava stare bene attenti a quello che si scriveva e documentare la fonte, pena una marea di messaggi di posta elettronica con proteste, insulti e sfottò che intasavano la casella e-mail.

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